L’evoluzione della psichiatria: dagli albori alla riabilitazione comunitaria del paziente

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educatore psichiatrici adulti

Il temine Psichiatria è stato coniato dal medico tedesco Johann Christian Reil nel 1808, “dal greco psyché = spirito, anima e iatros = cura (medica). Letteralmente la disciplina si dovrebbe occupare della “cura dell’anima”. Questa è stata sempre oggetto di studio già a partire dai primi filosofi ed in particolare Ippocrate, padre della psichiatria naturalistica che considerava la follia il frutto di uno squilibrio degli umori e delle qualità del cervello.

La spiegazione religiosa prevalse, e la follia venne vista come possessione demoniaca che rappresentava un chiaro segno della maledizione e del peccato dell’individuo che andava quindi punito o purificato, con riti che richiedevano sempre più spesso il ricorso a pratiche di tortura e al rogo .
All’idea di follia cominciò ad associarsi quella di pericolosità, che permetteva di trovare un capro espiatorio per le numerose calamità (carestie, epidemie) che da sempre colpiscono le popolazioni.

In Italia e nel resto dell’Europa nacquero istituti di segregazione e case di salute, aventi l’unica finalità di raccoglimento delle masse più emarginate, a cui venivano inflitti trattamenti che ai nostri occhi possono apparire fortemente punitivi, mentre all’epoca erano considerati terapeutici. Le autorità preposte all’ordine pubblico disponevano, adesso, non solo di carceri, ma anche di luoghi di ricovero più o meno coatto (istituti di segregazione).

Con l’affermazione dei diritti dell’uomo e del cittadino propagati dalla Rivoluzione francese, si chiusero gli istituti di segregazione e riprese a diffondersi la spiegazione della follia in termini di malattia. Gli insani non dovevano più essere legati, incatenati o percossi da medici e inservienti.
L’atto del 1794 di Pinel di liberare i reclusi da “ceppi e catene” rappresenta simbolicamente l’inizio della nuova scienza psichiatrica, la scienza della liberazione dell’uomo, ma in pratica segnò l’inizio dell’era manicomiale, con la creazione di un nuovo spazio utile allo sviluppo degli studi e alla cura della follia. Il soggetto internato viveva in una realtà separata, che lo rendeva sempre meno reintegrabile, meno adatto agli standard sociali e viveva in un mondo parallelo che lo escludeva dal resto degli uomini.

L’atto costituì un passo avanti rispetto al passato, perché era basato su obiettivi di cura e di ricerca medica, con la separazione della figura del folle da quella del delinquente.

Il tratto peculiare, iniziato già nella seconda metà del ‘700, è rappresentato dalla costituzione della psichiatria come sapere scientifico, e dal differenziarsi dello psichiatra come figura specialistica all’interno del manicomio.

Nasce dunque il bisogno di ridare ai pazienti la propria soggettività : Franco Basaglia (anni ‘60- ’80) condusse a tal proposito una grande battaglia sociale, culturale e politica oltre che medica. Egli tolse la costrizione a star chiusi dentro, eliminò i trattamenti disumani e violenti: tali soggetti sarebbero stati considerati degli uomini in crisi, una crisi esistenziale, familiare o sociale che non era più malattia e inferiorità. Questa novità era basata sulla teoria della “libertà come terapia” e del rispetto dei diritti dei pazienti mentali. Egli riteneva che lasciarli liberi, cioè aumentare il più possibile il loro margine di libertà, fino appunto a uscire parzialmente o definitivamente dal luogo di reclusione aumentasse di molto la possibilità di “guarire” e tornare a svolgere un ruolo attivo nella propria vita e nella società.
Oggi alla luce dell’articolo 13 della nostra Costituzione per cui la libertà personale è inviolabile, ogni accertamento sanitario è regolato dalla legge n. 133 del 1978 volta ad assicurare il consenso e la partecipazione da parte di chi è obbligato a un dato trattamento e affiancata da un’ampia tutela giurisdizionale.

Il paziente deve essere sorretto tecnicamente e affettivamente nei processi che denotano il suo cambiamento, la sua maturazione: in una parola, la presenza e l’importanza del singolo all’interno di un contesto comune di vita.

AES Domicilio diffonde un modo di vedere la cura e la riabilitazione in maniera coincidente:  l’intervento comunitario deve rappresentare un periodo che consenta di proseguire un cammino evolutivo a partire dal riconoscimento dei bisogni e che prenda in considerazione l’individuo in tutte le sue componenti bio-psico-sociali.

La ONLUS sa che di fronte alle nuove prospettive di libertà e di integrazione, professionalità e passione sono i segni distintivi in grado di renderle realizzabili.